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I limiti non bastano: a ICAP 2026 il dialogo promosso da Fondazione FAIR sulla protezione dei giocatori Under 25

A Firenze, nell'ambito del 31° Congresso Internazionale di Psicologia Applicata, ricercatori e istituzioni a confronto su motivazioni, contesti e strategie di intervento per i giovani che giocano con vincite in denaro.

Fondazione FAIR
Fondazione FAIRPubblicato il 27 luglio 2026

Il 22 luglio, presso la Fortezza da Basso di Firenze, nell'area Casa Italia MindLab di ICAP 2026 – il 31° Congresso Internazionale di Psicologia Applicata – Fondazione FAIR ha promosso il workshop “Responsible Gambling and Young People Under 25: Motivations, Contexts and Intervention Strategies”. Ad aprire e moderare i lavori la giornalista scientifica Giada Giorgi, che ha introdotto i relatori e il tema al centro dell'incontro: Cinzia Castiglioni (Università Cattolica del Sacro Cuore), Sabrina Molinaro (CNR – Institute of Clinical Physiology), Veronica Velasco (Università di Milano-Bicocca) e Stefano De Vita, Direttore Generale di Fondazione FAIR, si sono confrontati attorno a una convinzione che la Fondazione porta avanti con coerenza: la sola regolamentazione non basta, servono ricerca, dialogo interdisciplinare e prevenzione fondata sulle evidenze.

Il workshop rappresenta uno dei modi con cui Fondazione FAIR interpreta il proprio ruolo: sostenere la ricerca indipendente e creare uno spazio di confronto tra discipline e soggetti che affrontano il fenomeno da prospettive differenti. L’obiettivo è trasformare le evidenze in strumenti di protezione, criteri di comunicazione e proposte utili al sistema. 

La ricerca: il gioco è già parte della quotidianità degli Under 25

Il punto di partenza è stata la ricerca condotta dall'Unità di Ricerca in Psicologia Economica dell'Università Cattolica per conto di Fondazione FAIR, presentata dalla Prof. Cinzia Castiglioni. I dati fotografano un fenomeno tutt'altro che marginale: il 41,4% dei giovani tra i 18 e i 25 anni ha giocato o scommesso denaro negli ultimi tre mesi, con una netta prevalenza del canale online. La scommessa sportiva funziona spesso da “apriporta” verso altri giochi, mentre i giovani tendono a sottostimare il proprio comportamento. Colpisce inoltre la dimensione dell'isolamento: la maggioranza di chi supera i propri limiti di gioco preferisce non parlarne con nessuno. Da qui una delle conclusioni della ricerca: il concetto di gioco responsabile deve evolvere. Non basta invitare a giocare responsabilmente, occorre far evolvere l'intero ecosistema.

Il confronto sui dati

Nel primo giro di riflessioni, Stefano De Vita ha posto l'accento sul riequilibrio informativo: oggi esiste un vero squilibrio di conoscenza – meno una persona sa, più è esposta – e occorre dare a giocatori e famiglie gli strumenti per orientarsi: quali sono i limiti, quali i segnali, quali gli strumenti di protezione. Il focus deve restare sulla prevenzione, e la trasparenza è la via per realizzarla.

La Dott.ssa Sabrina Molinaro ha richiamato la responsabilità del linguaggio: una parte dei media parla ancora di “ludopatia” o minimizza il fenomeno, ed è necessario tradurre il linguaggio accademico in termini chiari per il grande pubblico. Ha inoltre segnalato la diffusione di false credenze – come l'idea che esista un'abilità nel vincere ai gratta e vinci o i meccanismi della “quasi vincita” – e la tendenza a trattenere le notizie positive sottovalutando quelle negative.

La Prof. Veronica Velasco ha evidenziato il paradosso di un gioco al tempo stesso molto visibile e radicato nella quotidianità – con un esordio che avviene spesso in famiglia – ma circondato dal tabù e dalla menzogna, che rende difficile intercettare le situazioni problematiche. Giocare per noia o per gestire emozioni negative rappresenta un possibile campanello d'allarme, mentre sul fronte della prevenzione servono strumenti concreti come limiti di tempo e di spesa, interruzioni di gioco e luoghi fisici resi più protettivi.

Comunicazione e strategie di azione

Con la seconda domanda Giada Giorgi ha spostato il confronto sulla comunicazione, osservando come la superficialità che spesso la caratterizza derivi da una carenza di conoscenza. Castiglioni ha rilevato come il leitmotiv attuale, “gioca responsabilmente”, finisca per scaricare la responsabilità sul singolo consumatore: non esiste una soluzione valida per tutti e la comunicazione va differenziata tra giocatori e non giocatori, a partire da una conoscenza profonda delle persone. Per De Vita la comunicazione sul gioco ha una natura sociale e deve avere regole precise, altrimenti rischia di ridursi a pubblicità di marca: serve chiarezza delle regole. Molinaro ha insistito sulla necessità di dare ai giocatori modi per diventare maggiormente consapevoli. Velasco ha ricordato che la consapevolezza è importante ma non sufficiente, come dimostra il caso del fumo: servono strategie di azione – limiti soprattutto di tempo, oltre che di denaro – un cambiamento culturale e alleanze territoriali tra gestori, forze dell'ordine e istituzioni, con tavoli comuni da integrare nella comunicazione sul territorio.

Prospettive: mercati predittivi e nuove frontiere digitali

L'ultima domanda ha aperto lo sguardo sulle prospettive future e sui mercati predittivi. Molinaro, sulla base degli studi ESPAD, ha segnalato la crescita delle dipendenze digitali: dalle lootbox a un mondo del gaming ancora privo di regole al di là dei vincoli d'età, fino all'aumento del trading tra i giovanissimi. De Vita ha concluso ricordando che per ottenere un cambiamento serve spiegare, ma vietare da solo non basta.

Il confronto di Firenze indica una direzione precisa: la protezione degli under 25 richiede più livelli di intervento. Servono strumenti capaci di agire durante l’esperienza di gioco, comunicazioni differenziate, ambienti più protettivi e una lettura più attenta delle motivazioni e dei contesti sociali.

È in questo spazio che Fondazione FAIR intende operare: sostenendo ricerca indipendente, mettendo in relazione competenze che spesso restano separate e portando le evidenze scientifiche dentro il confronto tra istituzioni, operatori e società. La tutela dei giocatori cresce quando la conoscenza diventa una responsabilità condivisa e produce scelte concrete.

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