Vietare il gioco online riduce il danno? Brasile e India aprono un esperimento che riguarda anche l’Europa
Negli ultimi anni il dibattito sul gioco d’azzardo si è concentrato soprattutto sulla qualità delle regole: quali limiti introdurre, come migliorare la prevenzione, come individuare precocemente i comportamenti a rischio, come rendere più efficace la comunicazione responsabile e quali strumenti mettere a disposizione dei giocatori.
Brasile e India stanno ponendo, però, una domanda ancora più radicale: è possibile proteggere meglio le persone non regolando maggiormente il gioco online, ma vietandolo?
A meno di due anni dall’apertura effettiva di un mercato regolamentato, il governo brasiliano ha deciso di revocare con effetto immediato le autorizzazioni a offrire scommesse sportive e casinò online. La misura dovrà ora essere approvata, modificata o respinta dal Congresso entro 120 giorni.
La decisione viene motivata con ragioni di tutela sociale e sanitaria: l’impatto del gioco sui redditi delle famiglie, l’indebitamento e le conseguenze sulla salute mentale. Il provvedimento trova inoltre sostegno in un’opinione pubblica fortemente critica nei confronti delle scommesse, mentre operatori e club di calcio hanno annunciato ricorsi, anche alla luce della rilevanza economica assunta dal settore del betting nelle sponsorizzazioni sportive.
Anche l’India si è mossa lungo una direzione simile, introducendo un divieto molto ampio sugli online games, sulla loro promozione e sul processamento dei relativi pagamenti.
Due contesti diversi, dunque, ma una stessa scelta di fondo: passare da una logica di regolamentazione del rischio a una logica di eliminazione dell’offerta legale.
Negli ultimi anni molti mercati regolamentati hanno investito su strumenti di tutela sempre più avanzati: verifica dell’età e dell’identità, autoesclusione, limiti di deposito e di spesa, monitoraggio dei comportamenti, sistemi di early detection, interventi personalizzati e restrizioni sulla comunicazione.
Il principio sottostante è relativamente semplice: se esiste una domanda di gioco, il compito del regolatore è fare in modo che essa definisca un’offerta che si sviluppi, per quanto possibile, all’interno di un perimetro controllato, nel quale siano presenti strumenti di protezione e operatori soggetti a obblighi precisi.
Le azioni di Brasile e India hanno definito un perimetro completamente diverso, la scomparsa dell’offerta legale. La domanda che ci poniamo è che cosa accadrà alla domanda?
Si smetterà di giocare o ci si sposterà verso operatori offshore, piattaforme illegali, sistemi di pagamento alternativi o strumenti tecnologici in grado di aggirare i blocchi?
Un mercato regolamentato, per quanto imperfetto, può essere sottoposto a obblighi di identificazione, controlli sui minori, sistemi di autoesclusione, limiti, monitoraggio comportamentale e interventi nei confronti dei soggetti a rischio.
Un operatore illegale, per definizione, non ha alcun incentivo a rispettare questi standard.
Se una quota significativa della domanda dovesse migrare dal mercato legale, potremmo trovarci di fronte a un paradosso: meno gioco visibile e regolato, ma non necessariamente meno rischio. Al contrario potremmo avere che i giocatori più vulnerabili potrebbero diventare quelli più difficili da individuare, raggiungere e proteggere.
Questo non significa sostenere che il divieto sia inefficace. Significa affermare che la sua efficacia non può essere misurata soltanto sulla base della riduzione dell’offerta autorizzata e che deve essere misurata sugli effetti reali prodotti sulle persone.
In questo contesto, però, abbiamo tralasciato un terzo protagonista di questa storia: le società di gioco.
Se partiamo dall’assunto che il modello regolamentato vuole dimostrare di essere un’alternativa più efficace rispetto al divieto, non può limitarsi ad affermare che l’illegalità sarebbe peggiore. Deve essere in grado di dimostrare, attraverso comportamenti concreti e risultati misurabili, che la presenza di operatori autorizzati produce effettivamente maggiore tutela. Questo punto diventa ancora più importante nelle fasi di crisi economica e sociale.
Quando aumentano l’indebitamento delle famiglie, l’incertezza economica e la vulnerabilità di alcune fasce della popolazione, cambia inevitabilmente anche la percezione sociale del gioco. In queste condizioni, il semplice rispetto delle regole può non essere più sufficiente.
Gli operatori di gioco dovrebbero adottare una logica (che diviene strategia) nella quale la responsabilità sociale diventa parte integrante del modello di business.
In altre parole, non considerare il gioco responsabile come un semplice insieme di adempimenti: limiti, messaggi obbligatori, verifica dell’età, autoesclusione, controlli previsti dalla normativa, ma potrebbe significare anche introdurre volontariamente standard più stringenti rispetto a quelli minimi imposti dal regolatore, soprattutto quando i dati mostrano segnali di rischio concreti.
La differenza è sostanziale: la compliance risponde alla domanda “che cosa devo fare per essere conforme?”; il commitment risponde alla domanda “che cosa devo fare per ridurre davvero il rischio?”.
Ed è probabilmente proprio questo passaggio che diventerà sempre più importante nei prossimi anni, dove la sostenibilità non può limitarsi ad adattarsi alle regole.
La sostenibilità autentica dovrebbe avere anche una funzione anticipatrice, ovvero significa sperimentare volontariamente strumenti di tutela più avanzati, misurarne l’efficacia, renderne trasparenti i risultati e mettere queste evidenze a disposizione del regolatore, della ricerca e del dibattito pubblico.
Non si tratta di sostituirsi al legislatore né di immaginare che l’industria possa definire autonomamente le proprie regole. Si tratta, piuttosto, di superare una logica troppo spesso passiva: prima arriva la norma, poi l’impresa si adegua.
Un operatore realmente responsabile dovrebbe poter dire: abbiamo verificato che una determinata misura riduce il rischio, l’abbiamo applicata, ne abbiamo misurato gli effetti e siamo disponibili a farne uno standard più ampio. In questo senso, l’impresa può contribuire a indicare la direzione della regolazione futura non attraverso dichiarazioni di principio, ma attraverso comportamenti reali, dati verificabili e risultati replicabili.
È forse questa la differenza più profonda tra compliance e sostenibilità, mentre la compliance segue la regola, la sostenibilità, quando è autentica, anticipa la regola e contribuisce a migliorarla.
Se le imprese del settore non assumono questo ruolo, rischiano di trovarsi costantemente in una posizione difensiva, con il rischio di dover gestire interventi normativi sempre più restrittivi. Se al contrario riescono a dimostrare concretamente quali strumenti funzionino, potranno contribuire alla costruzione di un modello regolatorio più efficace, credibile e orientato alla protezione delle persone.
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