Il dibattito istituzionale acceso dalla recente campagna TRUE DATA della Lega Serie A, e dai conseguenti rilievi mossi dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM), offre una preziosa opportunità di riflessione.
Quando la comunicazione istituzionale interseca il complesso equilibrio tra spettacolo sportivo, intrattenimento e dinamiche di betting, il confine tra finalità informativa e l'involontaria induzione al rischio si fa estremamente delicato.
Come istituzione impegnata nello studio, nella prevenzione e nella promozione della cultura del gioco responsabile, riteniamo necessario analizzare l'episodio, per evidenziare gli aspetti culturali che ancora condizionano il rapporto con il pubblico italiano.
La campagna della Lega Serie A, lanciata per valorizzare l'affidabilità scientifica e la purezza dei dati statistici prodotti sul terreno di gioco, ha adottato l'hashtag #GIOCASICURO.
Nel video promozionale, l'argomentazione cardine evidenziava come l'utilizzo di metriche non certificate potesse rendere la scommessa dell'utente "meno sicura".
L'intervento di ADM, che ha richiesto il ritiro del filmato, mette in luce una criticità importante: il valore del sistema di concessioni. Sotto il profilo regolatorio, definire "meno sicura" una giocata effettuata su canali legali autorizzati dallo Stato rischia di incrinare la fiducia nell'intero circuito delle scommesse certificate, che si fonda proprio sulla garanzia statale di sicurezza e trasparenza. Sul piano della comunicazione, associare la scommessa allo spettacolo sportivo attraverso lo spot si scontra inoltre con lo spirito del Decreto Dignità, la norma che limita la visibilità e lo stimolo pubblicitario al gioco d'azzardo.
Dal canto suo, la Lega Serie A difende il dato ufficiale definendolo un asset strategico del calcio italiano, legato a contratti internazionali di distribuzione commerciale come quelli siglati con Genius Sport. La tesi potrebbe vertere sulla necessità di tutelare il consumatore dai mercati clandestini e dai bookmaker privi di licenza operanti nel web.
Se è innegabile che la tutela della legalità e la stabilità finanziaria di un'industria nazionale siano priorità sistemiche, la modalità comunicativa prescelta è inadeguata. La prospettiva di risolvere il problema, modificando la terminologia dello spot – sostituendo riferimenti espliciti al betting con espressioni sfumate quali “usa i dati certificati per le tue analisi scientifiche" o "passioni sportive" – rappresenterebbe una soluzione puramente formale. Eventuali espedienti semantici non eliminano la natura del messaggio, finendo per trattare il cittadino e il tifoso come soggetti da indirizzare anziché interlocutori maturi da responsabilizzare.
I dati emersi dalle nostre attività di ricerca indipendente evidenziano chiaramente una realtà consolidata: i giovani e gli adulti si muovono oggi in ecosistemi digitali in cui il confine tra sport, gaming e scommesse è sempre più permeabile. In questo contesto, le scommesse live, caratterizzate da elevata frequenza e immediatezza temporale, rappresentano una delle modalità a maggior rischio di riduzione del controllo cognitivo.Sostenere il messaggio del gioco sicuro sui soli dati statistici, lasciando in ombra i rischi propri del gioco d'azzardo, è un approccio pericoloso: rappresenta un passo indietro rispetto al lavoro che soggetti diversi, come regolatori, operatori, associazioni, stanno portando avanti per rafforzare l'attenzione dei giocatori verso gli strumenti di mitigazione già disponibili, in particolare nel gioco online. Rivolgere il tema del gioco sicuro a una platea in larga parte giovanile aggiunge un ulteriore elemento di paradosso, che rischia di vanificare anni di politiche di gioco responsabile, tanto più quando a proporlo è un ente dall'autorevolezza istituzionale come la Lega Serie A.
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